American breakfast. Alle 6:45 via mail Daniel mi chiede se sono sveglio e se vado con lui e Ivano a fare colazione all'hotel figo sulla baia qui dietro. Così dopo 10 min siamo seduti comodamente con davanti il bicchiere di caffè americano (che a me piace molto) e tre enormi pancakes con relativo burro e succo d'acero. Quante calorie? tante.
Li intorno i soliti salutisti bianchi di corsa, i pensionati bianchi in cammino, la famiglia bionda con tre splendidi bambini moccolosi e... I lavoratori: una cameriera bianca non più giovane, e gli inservienti messicani che si occupano della manutenzione e tutti gli altri che fanno girare la "macchina" dell'hotel.
In giro x il quartiere e' facile vedere messicani al lavoro sui prati e nell'edilizia. Ma anche bianchi americani di 70 anni o più che scaricano furgoni e costruiscono case. C'e' anche un certo numero di senzatetto che rovistano tra i cestini e si spulciano alle fermate degli autobus. E' il sogno americano. C'e' chi lo realizza e allora può permettersi tante cose e chi non c'è l'ha fatta e lo ritrovi seduto nel retro di un minimarket a mangiarsi qualche scarto. A loro va la mia repulsione istintiva ma al tempo stesso una certa vicinanza emotiva. E' un attimo sentirsi persi in un mondo competitivo: finita quella fase brevissima della giovinezza, rimane la sgradevole sensazione di non essere al passo coi tempi, di aver perso l'occasione, di essere un accattone. Molti di questi rottami umani, mi dicono, sono veterani di guerra. Anche loro forse credevano di essere i Rambo di turno, solo che il mondo non l'hanno salvato, anzi hanno contribuito a peggiorarlo. E magari la consapevolezza di questo li ha auto esclusi dal sogno americano.
Svegliarsi al mattino e divorare centinaia di calorie sottoforma di uovosi impasti cosparsi di glucosio e trigliceridi e mettere in circolo due tazze di caffè ti offre una strana euforia con un retrogusto dolce ma anche amaro.

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